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Pubblicato il 15/06/2012 da redazione

PALESTINA: IL CORAGGIO DELLE DONNE DI FRONTE ALL'ESERCITO ISRAELIANO

 

 

di Paola Robino Rizet, Un Ponte per...

 

 

 

Il villaggio di Mufagarah è di nuovo nel mirino delle forze militari israeliane dopo la decisione dei comitati popolari delle colline a Sud di Hebron di continuare, nonostante le crescenti minacce, la campagna nonviolenta Mufagarah Project.

 

Obiettivo della campagna è la costruzione di 15 piccole abitazioni composte di due vani per gli abitanti del villaggio situato in area C, dove il governo israeliano da decenni non rilascia permessi di edificazione anche se i terreni sono di proprietà palestinese acclarata e documentabile.

In questa zona la popolazione vive di antichi lavori tradizionali, coltivando piccoli appezzamenti di terra a grano e cereali, producendo il leben - una sorta di yogurt leggermente salato - e formaggio di pecora lasciato essiccare al sole.

 

Ogni sabato, dal 19 maggio scorso, palestinesi, attivisti israeliani e internazionali convergono a Mufagarah per difendere il diritto della comunità a resistere contro le politiche di inibizione allo sviluppo promosse da Israele, mentre le colonie esistenti e quelle nuove, costruite per il 90% su terre palestinesi e definite illegali dal Diritto Umanitario Internazionale e dall'Onu, sono in costante ampliamento.

 

Domenica scorsa, al suo risveglio la comunità ha ricevuto due stop working orders. Il primo per la prima nuova casa costruita nelle settimane passate e il secondo per la tenda adibita a punto d'incontro per attivisti e volontari.

Già nel pomeriggio di venerdì l'esercito aveva fermato un trattore che trasportava materiali edili per le nuove costruzioni, obbligandolo a tornare indietro. In serata sono stati istituti posti di blocco lungo la strada che collega al-Tuwani a Mufagarah e a Yatta: altri due trattori sono stati bloccati. Uno è stato costretto a tornare indietro scortato da due camionette.

Ma l'autista del secondo trattore si è rifiutato di tornare indietro ed è stato quindi trattenuto per ore. I militari lo hanno minacciato di arresto anche se in realtà sarebbe stato illegittimo arrestare un uomo perché trasporta del materiale da costruzione, lo si può fare solo se è stato spiccato nei suoi confronti uno stop working order e non era il suo caso. Nel frattempo alcuni uomini palestinesi erano accorsi per cercare di aiutare l'uomo e capire cosa stesse succedendo. Anche loro sono stati bloccati. E' a questo punto che un gruppo di donne ha deciso di farsi avanti.

 

Resy una volontaria di Operazione Colomba ci racconta cosa è successo: le donne hanno iniziato a camminare in direzione del primo blocco e quando gli è stato intimato di fermarsi, hanno continuato a procedere. Superando i militari schierati, hanno raggiunto il secondo blocco.

Grazie alla loro mediazione, pacata, gentile e disarmante, sono riuscite a ottenere la riapertura della strada e a far passare il trattore che è giunto a destinazione.

Per ritorsione venerdì notte l'esercito israeliano ha pattugliato il villaggio con due camionette e militari a piedi.

Sabato mattina, quando la comunità ha fissato la tenda e sono iniziati i lavori nei pressi della piccola moschea in costruzione, Esercito, Polizia e D.C.O. si sono presentati contemporaneamente. Hanno istituito un cordone di sicurezza per impedire a palestinesi, attivisti israeliani e internazionali di entrare nella moschea. Successivamente hanno preso le generalità del rappresentante dei comitati popolari della zona.

 

Per Resy, che era con loro, il coraggio delle donne palestinesi è un esempio straordinario di lotta.

Una lotta che in questo minuscolo lembo di terra è sinonimo di sopravvivenza.

Da sabato prossimo a Mufagarah si ricomincerà a costruire perché - come dicono i volontari di Operazione Colomba ­ “un muro ricostruito vale più di cento case abbattute. Perché un trattore liberato da 15 donne vale più di cento strade bloccate dai soldati”*.

 

 

 

*Citazione del Cs di Operazione colomba