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27/01/2012
La rassegnazione è un abisso
di Nico Cué, segretario generale Fgtb-Mwb
Noi, metalmeccanici della MWB-FGTB, rifiutiamo i programmi di rassegnazione. Siamo più che mai mobilitati nei cantieri della costruzione di una società diversa da quella disegnata dai fautori della crisi e loro soci.
Oggi ci battiamo per andare oltre il 30 gennaio e aprire la discussione sulle alternative che proponiamo.
I valori della sinistra non sono solubili nella crisi dei signori della finanza. E non c'è rinuncia che non sia un abisso. In questo inizio d'anno Elio di Rupo, primo ministro del PS di un governo, sicuramente il più reazionario dal 1960, ha riservato l'annuncio delle sue buone risoluzioni al giornale Le Soir. Il 14 gennaio ha detto:” Bisogna dire la verità alla gente."

Una bella notizia! La verità è che i lavoratori giovani o anziani, con o senza posto di lavoro, pagheranno un prezzo alto per una crisi di cui non sono colpevoli.
La verità è che il sistema finanziario non è stato riformato, che non si è neanche su quella strada, che non pagherà niente. Né i suoi sbagli, né le sue divagazioni, né i suoi errori.
La verità è che questo governo non ha intenzione di aprire il dibattito sulle alternative al sistema fiscale proposte dalla FGTB. È giusto pronto a concertare sull'impacchettamento di “misure ingiuste e squilibrate” come le aveva definite il vicepresidente del PS Philippe Moureaux.
Lo ha fatto su "La Libre" il giorno dopo lo sciopero della CGSP. «Ingiuste» ma.. «totalmente indispensabili, vista la congiuntura politica“, aveva aggiunto con una dose di cinismo tale da abbattere un cavallo in piena forza.
Il «Papillon» è sordo perché ha scelto il suo campo: quello della finanza
La verità è che la coalizione non vuole ascoltare l'avvertimento degli economisti indipendenti. Banche che continuano a ripetere che l'austerità non è una politica utile, essa non porta che a una recessione che porterà altra austerità...
La verità è che il potere è sordo perché ha scelto il suo campo: che non è il nostro.
È quello dei soldi, della finanza, delle banche e dei sostenitori del casino.
Del “Piano globale” conosciamo la canzone. Bisognerebbe ingoiare gli arretramenti come progressi in nome delle generazioni future. Per i nostri figli, che cosa non accetterremo? Bugia! Il Governo Papillon, con la leggerezza della sua allegoria, si prepara ad escludere dalla “disoccupazione” i ragazzi degli anni '80 e '90 in nome dei quali abbiamo dovuto accettare le riforme delle pensioni, la flessibilità, le privatizzazioni, ecc.
“Senza questo sarebbe stato peggio" – spiegano quelli che sono pronti a rimettersi a tavola. Malgrado i nostri forzi non è andato meglio! Le loro ricette non funzionano!
Dichiarazione di guerra
Contro questo discorso masochista, del male che bisogna farsi per stare bene, domani o dopo i militanti del MWB dichiareranno la guerra! E questo fa già arrabbiare i portatori della propaganda del sistema.
A dicembre già titolavano “Uno sciopero per niente”. Come fare a convincere che niente sarà più possibile. Che la classe operaia sarà ben consegnata a quale sinistra fatalità? Che forse bisognerebbe anche farle abbassare gli occhi? Che la assegnazione sarebbe una buona politica?
Prima e dopo il 30 gennaio è scontato che la stampa avrà ripassato al forno i suoi vecchi piatti. Come se non bisognasse totalmente togliere speranza alla pecora che ci si prepara a tosare, alcuni dicono “comprendere la rabbia operaia”.
Diciamo subito che le espressioni di simpatia secondo i protocolli compassionevoli non hanno valore se non si accompagnano a risultati e all'occorrenza ad atti di rottura con il pensiero unico.
Senza questa dimensione attiva, questi attestati di solidarietà non avranno altra ambizione politica che quella di indebolire il rapporto di forza dei lavoratori.
Nella storia del movimento operaio le abdicazioni non hanno prodotto nessuna conquista.
Noi rifiutiamo i programmi di rassegnazione.
La società per la quale ci battiamo esige più sicurezza sociale e più servizi pubblici perché le logiche mercantili non funzionano in tutti i settori della vita in comune.
Esigiamo una società dove ciascuno possa contribuire rispetto ai suoi mezzi ed avere in rapporto ai suoi bisogni.
E non è quella del programma di Di Rupo 1°!
Non abbiamo rinunciato a questo progetto. Resta la nostra ambizione e la nostra volontà. Non accetteremo che la crisi ne distrugga le fondamenta e distrugga i sogni di una più grande solidarietà, uguaglianza, e giustizia sociale. A buon intenditor...
19/10/2011
...dalle rivoluzioni della dignità al 15 ottobre a Roma
di Alessandra Mecozzi, Ufficio internazionale Fiom
Il 17 dicembre 2010 un giovane diplomato tunisino, Mohamed Bouaziz, si è dato fuoco a Sidi Bouzid, città tra le più povere del suo paese, un atto di disperazione e di “dignità”, contro le umiliazioni subite dalla polizia, con il sequestro della merce che era costretto a vendere per sbarcare il lunario. Il 4 gennaio muore. La rivolta divampa in tutto il paese costringendo alle dimissioni il presidente Ben Ali, despota quarantennale.
È l'avvio delle “rivoluzioni della dignità”, che ben presto dilagano in tutto il Medio Oriente.
Il 25 gennaio 50.000 persone occupano Tahrir Square al Cairo e la tengono per 18 giorni, fino a diventare oltre un milione. Anche Mubarak deve andarsene. Anche a Gaza e nei Territori occupati palestinesi i giovani provano a scendere in piazza, repressi dalle rispettive autorità di Governo, per una politica dell'unità! In altri paesi, Siria, Bahrein, Yemen, la rivolta è oggetto di repressione violenta da parte dei rispettivi regimi. In Libia, prima Gheddafi, poi l'intervento Nato, trasformano l'inizio di rivolta civile in uno scontro militare sanguinoso.
Reclamare pacificamente, occupando le piazze, attraverso i network sociali, la dignità, il lavoro, la libertà, diventa una pratica anche per migliaia di giovani in Europa. Nasce e si diffonde il movimento 15M (maggio) in Spagna, Puerta del sol diventa come Tahrir Square.
Nell'estate il movimento emerge anche in Grecia, dove scioperi generali e manifestazioni, contro le misure di austerità e i dettami di Ue e Fondo monetario internazionale, sono in corso da mesi. A sorpresa, anche in Israele migliaia scendono in piazza a rivendicare giustizia sociale, cominciando a vedere il nesso tra l'impoverimento progressivo della popolazione e le enormi spese per sostenere l'occupazione dei territori palestinesi.
Dal 17 settembre, un piccolo gruppo, poi dilagato negli Stati Uniti, assedia la finanza, Wall Street. Occupy Wall street si definisce “movimento di resistenza senza leader, con persone di tanti colori, generi ed opinioni politiche. L'unica cosa che abbiamo in comune è essere il 99% che non tollererà più l'avidità e corruzione dell'1%. Usiamo la tattica rivoluzionaria della primavera araba per conquistare i nostri fini e incoraggiamo l'uso della nonviolenza per garantire al massimo la sicurezza dei partecipanti”.
Il movimento degli indignad@s attraversa l'Atlantico e si avvia a diventare globale. L'appello per una giornata di azione internazionale il 15 ottobre parte dalla Spagna, la democrazia reale, al primo posto! “Sotto la pressione dei poteri finanziari i nostri dirigenti politici lavorano a beneficio di pochi, senza considerazione per i costi sociali, umani, ambientali che questo comporta. Le nostre classi dirigenti, promuovendo guerre per il profitto ed impoverendo intere popolazioni, ci stanno privando del diritto ad una società libera e giusta. È per questo che vi invitiamo a unirvi a questa pacifica lotta e a diffondere il messaggio che insieme abbiamo la capacità di cambiare questa intollerabile situazione.”
Arriva in Italia, su un terreno preparato ad accoglierlo: il 13 febbraio un milione di donne avevano manifestato la propria indignazione contro l'insostenibile Governo Berlusconi. Dopo l'esperienza ricca e partecipata di Genova 2011, la grande lotta No Tav, la vittoria del referendum per l'acqua pubblica e contro il nucleare, le varie organizzazioni, reti, associazioni, si avviano verso il 15 ottobre, scegliendo la strada della massima pluralità e unitarietà, accogliendo l'appello internazionale. “Uniti per un cambiamento globale”, “...Uniti con una sola voce, faremo sapere ai politici e alle elites finanziarie che servono, che ora siamo noi i popoli che decideremo il nostro futuro. Non siamo merci nelle mani di politici e banchieri che non ci rappresentano.”
Dopo che molte realtà si sono riunite, hanno scritto i propri appelli, una lettera aperta della Rete italiana per il Forum sociale mondiale, invita a verificare le possibili convergenze di tanti attori sociali (movimenti spontanei non ci sono). Il 13 settembre nasce il coordinamento 15 ottobre, con l'obiettivo di “favorire la massima inclusione, convergenza, convivenza e cooperazione delle molteplici e plurali forze sociali, reti, energie individuali e collettive che stanno preparando e prepareranno la mobilitazione con i propri appelli, le proprie alleanze, i propri contenuti”. Si fanno molte, faticose, riunioni. Il conflitto interno, tra alcune sigle, ha occupato ampia parte delle discussioni secondo dinamiche obsolete, ma non “mature”, la rincorsa a chi è “più radicale”!
Alla fine sembra che si raggiunga un consenso importante: sul percorso, continuamente contestato da alcuni perché “non tocca i palazzi del potere”, sulle caratteristiche della manifestazione – unitaria, pacifica, plurale – con alcune innovazioni: pratiche diverse ma conviventi e compatibili, “accampate”, nessun comizio in piazza, ma solo brevi testimonianze di lotta, speak corner per dare voce a chi vuole!
La “chiamata” unitaria ottiene una grande risposta di popolo: contro le imposizioni delle banche, il debito, le politiche di austerità, i tagli sociali, ai diritti, alla cultura, all'istruzione, gli attacchi al lavoro di Governo e Confindustria... per una vita e una società sostenibili.
È la manifestazione più grande nel mondo, ma anche la sola in cui un 1% di “demolitori”, che entrano ed escono dal corteo, a viso coperto, bruciano auto, spaccano vetrine, infilano bombe carta nei cassonetti, mettendo in pericolo l'incolumità delle persone e facendosi scudo di esse.
Non interessati alla manifestazione, vogliono farne fallire l'obiettivo di grande incontro popolare, che dia voce all'indignazione, alle lotte, al bisogno di cambiamento radicale. Falliscono anche le “innovazioni” convenute, durante il corteo e a Piazza San Giovanni. E qui contribuisce alla distruzione, l'azione sconsiderata della polizia, con le cariche e i lacrimogeni, le camionette che sfrecciano avanti e indietro, seminando panico tra i manifestanti, costringendoli a rifugiarsi dove possibile... Non ci saranno né il grande incontro di centinaia di migliaia di persone, né le voci delle lotte, delle resistenze, del cambiamento. Ci sarà solo una battaglia di pochi.
Il bilancio è amaro: distruzione e dispersione di una enorme manifestazione popolare, plurale e pacifica; divisione, confusione e disorientamento tra i movimenti; restrizione delle libertà di tutti. Per la Fiom c'è il divieto al corteo del 21 ottobre, di lavoratori e lavoratrici Fiat e Fincantieri, che rischiano di perdere il posto di lavoro.
Adesso si discute sulle forme con cui è più efficace manifestare... Continua ad avere senso il grande corteo, di ...[leggi tutto]
06/10/2011MORIRE LAVORANDO A 3,95 EURO L'ORA
tratto da IniziativaFemministaEuropea - Italia
Un pensiero per Maria, studentessa, Giovanna, Antonella, Tina, Matilde, operaie: uccise dalla rapina e dall'ingiustizia...
"Si stima che, in Italia, il lavoro in “nero” cioè quello invisibile (senza diritti e senza “corpo”), abbia un “valore” economico che si aggira intorno ai 275 miliardi di euro.
2 milioni, secondo l’ISTAT, è il numero di chi lavora in queste condizioni di invisibilità. La maggior parte sono donne.
Il processo di femminilizzazione del lavoro, sostenuto in ogni parte del mondo dal sistema neoliberista, ha determinato un aumento considerevole di manodopera femminile e nel contempo ha consentito la generalizzazione delle condizioni di lavoro storicamente “assegnate” alle donne: precarietà, flessibilità, part time, lavoro nero.
Condizioni che rendono precarie le nostre esistenze. E a volte le uccidono.
Come è successo a Maria Cinquepalmi, Giovanna Sardaro, Antonella Zaza, Tina Ceci, Matilde Doronzo che hanno visto riconosciuta la loro condizione di lavoratrici solo da morte!
Non le conoscevamo personalmente ma oggi vogliamo pensare a loro e alle loro vite , che sono anche le nostre. E soprattutto non vogliamo dimenticarle né dimenticare il perché della loro drammatica fine.
Per questo il nostro impegno per un mondo più giusto e più libero continuerà con maggior determinazione.
Che il riposo vi sia dolce, amiche di Puglia.
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