English translation Traduction française Traducción al español


scroll
 

MAILING LIST

(inserisci la tua e-mail):



TAGS

Contrattazione Europa Migranti Accordo Metalmeccanici Mondo Movimento Migranti


Editoriale

Editoriale





13/07/2012

CARE E CARI VI SALUTO...


 


di Alessandra Mecozzi, Ufficio internazionale Fiom



"Dedico anche a tutte le lettrici e lettori di Notizie Internazionali il mio saluto"



Questo è il mio ultimo intervento al Comitato centrale, in quanto ho la fortuna di aver potuto sottrarre la mia pensione alla mannaia della Sig.ra Fornero. Ma molto più fortunata sono perché ho avuto la possibilità di scegliere e ottenere di lavorare nella Fiom per ben 42 anni! Tanti ne sono infatti passati da quando verso la metà del 1970 proprio in questo palazzo (allora la Fiom si trovava provvisoriamente ospite della Cgil in attesa che fosse pronta la sede di via del Viminale) mi presentai a Bruno Trentin, segretario generale della Fiom, portando come unico biglietto da visita, la mia tesi di storia della Cgil su cui mi ero appena laureata, chiedendogli di lavorare alla Fiom.

All'Università, nel Movimento studentesco avevo incontrato il sindacato – “studenti e operai uniti nella lotta” – e proprio nella manifestazione dei metalmeccanici del 1969 in Piazza del Popolo avevo deciso che quella era la parte in cui volevo stare.

 

Trentin e Galli, che era il segretario organizzativo, dopo molte mie insistenze, accolsero la richiesta, comincia il mio lavoro in Fiom nel novembre 1970: e da allora non ho più smesso!

 

Di esperienze ne ho fatte tante e ne ho avuto tantissimo. E mi auguro di aver dato anche io qualcosa a questo sindacato, ai tanti e tante compagni e compagne... Dal 1974 sono stata 15 anni a Torino, che è stata la mia scuola di formazione sindacale, teorica e pratica, sul campo, con quel sindacato, quelle operaie e operai, nelle fabbriche medie e piccole, vicino alla Fiat. E anche la mia formazione femminista è stata lì, quel femminismo sindacale che voleva dire, in un sindacato e in posti di lavoro fortemente maschili, analizzare, discutere tra donne operaie, impiegate, delegate e non, per far valere un punto di vista differente sul lavoro, per cambiare il lavoro e i rapporti sociali.

Anni molto entusiasmanti fino all'80; poi più difficili e a volte tristi dopo quella vera, pesante sconfitta che ci fu alla Fiat.

 

Poi, sono proprio le donne che mi hanno “spinto” di nuovo a Roma, eletta dal CC nella Segreteria nazionale della Fiom nel 1989, dove è cominciata un'altra fase, piena di momenti belli e felici, di esperienze positive, ma anche negative, come la vicenda Zanussi, vissuta insieme alla mia amica e compagna di lavoro, Sabina Petrucci, con cui decidemmo di non firmare un accordo che, guarda caso, stabiliva proprio quelle commissioni paritetiche di cui parlava Maurizio e che ritornano alla ribalta, volte ad abolire l'autonomia contrattuale del sindacato e il ruolo dei rappresentanti dei lavoratori in fabbrica: ai padroni la determinazione non manca...

 

Allora, diversamente da oggi non firmare un accordo era peccato mortale. E ce lo fecero scontare.

Ma ricordo anche, successivamente, con molto piacere le lotte, le trattative, gli accordi insieme ai generosi compagni di Fincantieri.

 

E infine, oltre 13 anni di lavoro internazionale.

Fu Claudio Sabattini a darmi questa possibilità, permettendomi di realizzare un mio grande desiderio.

Dal 2001 il lavoro internazionale con gli altri sindacati, con la Fem, con la Fism, diventò anche lavoro con i movimenti antiglobalizzazione. E infatti la Fiom scelse di essere nel Genoa Social Forum e di partecipare da protagonista, insieme a tante e tanti altri, alle giornate drammatiche, nate con entusiasmo, di Genova 2001, contro il G8, con migliaia di metalmeccanici e metalmeccaniche.

 

E poi i forum mondiali, europei, da Porto Alegre e Firenze... L'apertura e il legame con i movimenti fa parte del DNA della Fiom, come ne fa parte l'antirazzismo e l'accoglienza dei migranti, la lotta per la pace e contro la guerra, nei Balcani, in Afganistan in Palestina, in Iraq... Dobbiamo continuare, anche oggi che di nuovo le minacce sono vicine con quel che succede in Siria e i rumori di interventi militari della Nato... C'era l'abitudine di fare almeno un Comitato centrale ogni due anni sulle questioni internazionali e chiedo a Maurizio (e anche al mio successore Stefano) di ripristinare questa utile abitudine, anche se, o forse a maggior ragione perché siamo sempre più sottoposti a una pressione che ci fa correre il rischio di concentrarci esclusivamente sui nostri drammi e le nostre lotte. Ma l'interdipendenza, in Europa e nel mondo, è oggi forte più che mai e se non vogliamo che prevalga il “sindacato di mercato” dobbiamo dare forza a sindacati fondati su democrazia e indipendenza, capaci di esprimere la necessità e la voglia di giustizia sociale e di alternative economiche e sociali.

 

Sì, la Fiom è stata, nella mia esperienza, un sindacato sempre capace di tenere i piedi saldamente in fabbrica e la testa e lo sguardo fuori, sul mondo. Ed è forse per questo che nessuno è mai riuscito a “normalizzarla”.

 

Neanche dopo la sconfitta del 1980 alla Fiat, dove non ci fu difensivismo, come molti accusavano (e non la smettono...) ma resistenza, perché la resistenza guarda al futuro, come ben ha scritto una nostra cara compagna, dirigente della Flm e della Fiom, Adele Pesce. Quella resistenza, fatta di grande dignità, è anche quella iniziata dai compagni e compagne di Pomigliano due anni fa contro i ricatti di Marchionne, e che ha coinvolto tutta la Fiat, da Melfi a Torino. E in realtà la situazione difficilissima, drammatica di oggi continua in un certo modo quegli anni Ottanta, nella ricerca della egemonia assoluta dell'impresa.

 

C'è rabbia, c'è frustrazione nelle fabbriche e anche al nostro interno, come diceva il dibattito della prima giornata di questo Comitato centrale: ma non c'è sconfitta, c'è un grande vuoto, assenza di lotta, di visione strategica, di coraggio, da parte della politica della Cgil, che ha lasciato andare anche l'articolo 18, svuotato da un vergognoso voto in Parlamento.

In Italia è Marchionne che ha guidato e indicato la “guerra di classe”, ovvero una lotta di classe capovolta, e il Governo Monti lo ha seguito, applicando le imposizioni e i dettami della Bce e della Commissione europea, trovando sindacati compiacenti o senza determinazione.

 

La “piattaforma” di Federmeccanica è il risultato di questo processo: parla da sé ed è una buonissima idea farla conoscere e ...[leggi tutto]


02/06/2012

IL 2 GIUGNO, FESTA CIVILE, NON MILITARE



di Lelio Basso



Il 2 giugno del 1976, dopo il terremoto che sconvolse il Friuli, l'allora Ministro della Difesa, Arnaldo Forlani decise di sospendere la parata militare.
Così commentò quella decisione Lelio Basso - avvocato penalista, dirigente del PSIUP, partigiano, membro dell'assemblea Costituente, membro del Tribunale Russell contro i crimini di guerra americani in Vietnam, nel 1976 senatore del parlamento italiano. Le sue parole sono più che mai valide all'approssimarsi di questo 2 giugno che vede lo sconvolgimento della popolazione dell'Emilia a causa del terremoto e, ancora ieri, la conferma della parata militare da parte del presidente della Repubblica.




Sono personalmente grato al ministro Forlani per avere deciso la sospensione della parata militare del 2 giugno, e naturalmente mi auguro che la sospensione diventi una soppressione.

Non avevo mai capito, infatti, perché si dovesse celebrare la festa nazionale del 2 giugno con una parata militare. Che lo si facesse per la festa nazionale del 4 novembre aveva ancora un senso: il 4 novembre era la data di una battaglia che aveva chiuso vittoriosamente la prima guerra mondiale. Ma il 2 giugno fu una vittoria politica, la vittoria della coscienza civile e democratica del popolo sulle forze monarchiche e sui loro alleati: il clericalismo, il fascismo, la classe privilegiata. Perché avrebbe dovuto il popolo riconoscersi in quella sfilata di uomini armati e di mezzi militari che non avevano nulla di popolare e costituivano anzi un corpo separato, in netta contrapposizione con lo spirito della democrazia?

C’era in quella parata una sopravvivenza del passato, il segno di una classe dirigente che aveva accettato a malincuore il responso popolare del 2 giugno e cercava di nasconderne il significato di rottura con il passato, cercava anzi di ristabilire a tutti i costi la continuità con questo passato. Certo, non si era potuto dopo il 2 giugno riprendere la marcia reale come inno nazionale, ma si era comunque cercato nel passato l’inno nazionale di una repubblica che avrebbe dovuto essere tutta tesa verso l’avvenire, avrebbe dovuto essere l’annuncio di un nuovo giorno, di una nuova era della storia nazionale. Io non ho naturalmente nulla contro l’inno di Mameli, che esalta i sentimenti patriottici del Risorgimento, ma mi si riconoscerà che, essendo nato un secolo prima, in circostanze del tutto diverse, non aveva e non poteva avere nulla che esprimesse lo spirito di profondo rinnovamento democratico che animava il popolo italiano e che aveva dato vita alla Repubblica.


La Costituzione repubblicana, figlia precisamente del 2 giugno, aveva scritto nell’articolo primo che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.

Una repubblica in primo luogo. E invece quel tentativo di rinverdire glorie militari che sarebbe difficile trovare nel passato, quel risuonare di armi sulle strade di Roma che avevano appena cessato di essere imperiali, quell’omaggio reso dalle autorità civili della repubblica alle forze armate, ci ripiombava in pieno nel clima della monarchia, quando il re era il comandante supremo delle forze armate, “primo maresciallo dell’impero”. Le monarchie, e anche quella italiana, eran nate da un cenno feudale e la loro storia era sempre stata commista alla storia degli eserciti: non a caso i re d’Italia si eran sempre riservati il diritto di scegliere personalmente i ministri militari, anziché lasciarli scegliere, come gli altri, dal presidente del consiglio. Ma che aveva da fare tutto questo con una repubblica che, all’art. 11 della sua costituzione, dichiarava di ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali? Tradizionalmente le forze armate avevano avuto due compiti: uno di conquista verso l’esterno e uno di repressione all’interno, e ambedue sembravano incompatibili con la nuova costituzione repubblicana.


Repubblica democratica in secondo luogo. In una democrazia sono le forze armate che devono prestare ossequio alle autorità civili, e, prima ancora, devono, come dice l’art. 52 della costituzione, uniformarsi allo spirito democratico della costituzione. Ma in questa direzione non si è fatto nulla e le forze armate hanno mantenuto lo spirito caratteristico del passato, il carattere autoritario e antidemocratico dei corpi separati, sono rimaste nettamente al di fuori della costituzione. I nostri governanti hanno favorito questa situazione spingendo ai vertici della carriera elementi fascisti, come il gen. De Lorenzo, ex-comandante dei carabinieri, ex-capo dei servizi segreti ed ex-capo di stato maggiore, e, infine, deputato fascista; come l’ammiraglio Birindelli, già assurto a un comando Nato e poi diventato anche lui deputato fascista; come il generale Miceli, ex-capo dei servizi segreti e ora candidato fascista alla Camera. Tutti, evidentemente, traditori del giuramento di fedeltà alla costituzione che bandisce il fascismo, eppure erano costoro, come supreme gerarchie delle forze armate, che avrebbero dovuto incarnare la repubblica agli occhi del popolo, sfilando alla testa delle loro truppe, nel giorno che avrebbe dovuto celebrare la vittoria della repubblica sulla monarchia e sul fascismo. E già che ho nominato De Lorenzo e Miceli, entrambi incriminati per reati gravi, e uno anche finito in prigione, che dire della ormai lunga lista di generali che sono stati o sono ospiti delle nostre carceri per reati infamanti? Quale prestigio può avere un esercito che ha questi comandanti? E quale lustro ne deriva a una nazione che li sceglie a proprio simbolo?


Infine, non dimentichiamolo, questa repubblica democratica è fondata sul lavoro. Va bene che, nella realtà delle cose, anche quest’articolo della costituzione non ha trovato una vera applicazione. Ma forse proprio per questo non sarebbe più opportuno che lo si esaltasse almeno simbolicamente, che a celebrare la vittoria civile del 2 giugno si chiamassero le forze disarmate del lavoro che sono per definizione forze di pace, forze di progresso, le forze su cui dovrà inevitabilmente fondarsi la ricostruzione di una società e di uno stato che la classe di governo, anche con la complicità di molti comandanti delle forze armate, ha gettato nel precipizio?


Vorrei che questo mio invito fosse raccolto da tutte le forze politiche democratiche, proprio come un segno distintivo dell’attaccamento alla democrazia. E vorrei terminare ancora una volta, anche se non sono Catone, con un deinde censeo: censeo che il reato di vilipendio delle forze armate (come tutti i reati di vilipendio) è inammissibile in una repubblica democratica.




http://www.eilmensile.it/2012/05/29/annullata-la-parata-del-2-giugno/



 

 

 


02/06/2012

2 GIUGNO: IN PIAZZA PER LA "RES PUBLICA"


 

di Marco Bersani, Attac Italia



Sabato 2 giugno il popolo dell’acqua e dei beni comuni tornerà in piazza. Lo farà con profonda vicinanza e solidarietà con le popolazioni del nord Italia colpite, ormai da settimane, dal terremoto.

Una vicenda che alla fragilità intrinseca della relazione fra uomo e natura, vede ancora una volta accavallarsi l’incuria verso un bene comune come il territorio e la colpevole disattenzione verso il diritto ad un lavoro in condizioni di sicurezza e di dignità.

Sono temi che attraverseranno il corteo promosso dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua ad un anno dalla straordinaria vittoria referendaria per denunciare non solo la mancata attuazione del voto referendario, bensì la vera e propria truffa che l’Authority sta preparando sulla nuova normativa tariffaria, con la reintroduzione sotto falso nome dei profitti per i gestori del servizio idrico, abrogati da una valanga di “SI” nel voto del giugno scorso.

 

Dopo averci raccontato per oltre trent’anni la favola del “privato è bello”, e resisi conto di come ormai nessuno si fa più incantare, oggi grazie allo ‘schock” del debito e alla sapiente costruzione della crisi, cercano semplicemente di dirci che “privato è obbligatorio e ineluttabile” perché così vogliono i mercati. Non parlano più al cuore e alle menti con il proposito di convincerci, chiedono solo muta e composta rassegnazione.

 

Per questo riempiremo di nuovo le strade e le piazze di Roma e nelle prossime settimane di tutti i territori, per ricordare ai poteri forti della Bce, al Governo Monti e alle multinazionali dell’acqua che indietro non s torna, il nostro voto va rispettato e la democrazia va riconquistata.

 

Ma il 2 giugno sarà molto di più di una manifestazione per l’acqua, perché in campo scenderanno tutte le battaglie per i beni comuni, ad indicare un continuum di lotte, mobilitazioni, vertenze che, contro la crisi e le politiche liberiste dell’Unione Europea e dei Governi,  mettono assieme la difesa e la riappropriazione sociale di ciò che a tutti appartiene, la ricostruzione dei legami sociali e l’urgenza di una democrazia reale fondata sulla partecipazione diretta alle scelte che tutte e tutti riguardano.

 

Saranno in piazza le vertenze sui rifiuti che, contro i “giochi di potere” che vogliono mettere l’una contro l’altra le comunità territoriali sulla localizzazione di nuovi impianti di discariche e inceneritori, diranno chiaro che è altra la politica da mettere in campo, fuori dalla valorizzazione finanziaria del ciclo dei rifiuti e dentro la loro riappropriazione in termini di ricomposizione partecipativa dello stesso.

Assieme a loro ci saranno le vertenze contro la privatizzazione dei trasporti e fuori dalle grandi opere e per il diritto a una mobilità sostenibile, contro i grandi impianti energetici e per un diverso modello, territoriale e democratico di autoproduzione dell’energia; contro la privatizzazione dei saperi, della conoscenza e della cultura.

 

E sarà in campo “Roma non si vende”, la grande coalizione sociale contro l’espropriazione dei servizi pubblici locali e l’ulteriore privatizzazione di Acea, da mesi in mobilitazione contro il sindaco Alemanno che, come un dittatore in fuga che brucia i pozzi di petrolio, ha deciso, prima di andarsene, di regalare l’argenteria della città ai poteri forti finanziari e immobiliari.

 

Attraverseranno le strade di Roma le donne e gli uomini che in ogni luogo di questo Paese possono a buon diritto dire ad alta voce “La Repubblica siamo noi” e non l’inutile sfoggio di armi e mezzi di guerra che alla mattina sfileranno per ricordarci che l’unica “funzione pubblica” cara alle politiche liberiste è quella della competizione militare fra gli Statti e del controllo sociale sui popoli.

Una parata indegna che, ancor più quest’anno, andrebbe annullata per destinarne i fondi alle popolazioni colpite dal terremoto.

 

Porteremo in piazza l’allegria e la determinazione, il desiderio e il dolore, dentro il fertile intreccio di esperienze che vogliono cambiare ora e subito l’esistente per dare a tutte e tutti la possibilità di un altro futuro.

 

Porteremo in piazza l’acqua, i beni comuni e la democrazia. Tutti elementi incompatibili con la Borsa, tutti elementi necessari alla vita.





 

PAGINA Avanti>>>